2 commenti a “Ricordo di Kari Børresen

  1. Vorrei ricordare Kari E. Børresen sul piano dell’amicizia, anche se la frequentazione di quasi trent’anni, è nata ovviamente a ragione dell’interesse comune per la teologia. Ci ha unite l’attenzione ai Padri (e alle Madri), l’antropologia e la mariologia soprattutto in quella che è poi divenuta la “prospettiva di genere” .
    L’occasione del primo incontro, credo sia stato l’invito che le rivolsi, in qualità di relatrice di parte cattolica, al colloquio ecumenico “Donna e Ministero”, svoltosi a Palermo nel 1988. Sua controparte, si fa per dire, perché compartivano il punto di vista sull’ammissione delle donne al ministero, il domenicano Hervé Legrand.
    In verità conoscevo Kari già da vent’anni. Da poco entrata alla facoltà di teologia avevo letto il suo Subordination et Equivalence. Nature et rôle de la femme d’aprés Augustin et Thomas d’Aquin. Era il 1968 – il saggio, apparso in italiano dieci anni dopo, sarebbe stato tradotto in più lingue e di nuovo lo si sarebbe pubblicato nel 1995 con il sottotitolo “Pioneering Classic”. Qualche anno dopo, nel 1971, sarebbe stato pubblicato Anthropologie médiévale et Théologie mariale.
    Quanto a Subordination et Equivalence ne ero rimasta fulminata. Kari Børresen lucidamente e coraggiosamente aveva affrontato i testi – e di quali autori! – smascherandone l’ambigua misoginia. In qualche modo trassi ispirazione da lei per la tesi mia di dottorato su “La concezione del femminile in Giovanni Crisostomo”.
    Non ebbi la possibilità d’esserle allieva alla Gregoriana dove, prima donna, il futuro card. Martini la chiamò dal 1976 al 1979. Erano appunto gli anni nei quali, ormai a Palermo, lavoravo faticosamente alla tesi, soprattutto impegnata nell’insegnamento.
    Nel novembre del 1988 Kari arrivò in Sicilia come un turbine. E poiché, con l’ingenuità dei neofiti, le avevo chiesto d’avere in anticipo il testo, la precedette via fax la relazione. Era la prima volta che usavamo questo mezzo. Le pagine arrivarono disordinate, ma tutte. Lei stessa che me le aveva fatte inviare dall’America trovò prodigioso questo nuovo mezzo di comunicazione.
    La location – come si dice oggi – del convegno era prestigiosa. Kari, accompagnata dal marito, se la godette un mondo e poi partì, con un abbigliamento da safari, per un giro dell’Isola.
    Stranamente non ci siamo più perse di vista. Il mio trasferimento a Roma ha reso rituali gli appuntamenti a casa sua (e mia) ad ogni autunno e ad ogni primavera. Le devo l’incontro con tante splendide studiose. La più cara e preziosa Romana Guarnieri.
    Ricordo che, intimidita, mi rifiutavo d’andare a trovarla. Kari mi trascinò letteralmente e l’amicizia con Romana, anche a ragione della vicinanza tra le nostre case, è stata certamente una delle note più belle tra gli anni ’90 e i primi anni del nuovo secolo.
    Le visite di Kari erano tumultuose, sempre. Stabiliva lei il programma con una telefonata mattutina. Le devo l’attraversamento completo di Villa Pamphili – impiegammo più di quattro ore. Ma anche diversi pellegrinaggi lungo la passeggiata del Gianicolo nel ricordo dei luoghi dove come si conviene agli “innamorati” aveva passeggiato con colui che sarebbe divenuto suo marito – ci teneva a dire che il “vuoto” di alcuni anni nella sua produzione teologica era dovuto alla passione che li aveva legati.
    A volte l’Istituto di Norvegia era il pretesto per unire allo studio un pomeriggio all’insegna del movimento. Criticava la mia sedentarietà e la mia facile stanchezza: impossibile starle dietro.
    D’altra parte erano assai seri i nostri discorsi. A tutte e due stava a cuore la Chiesa. I suoi ritardi, le sue esitazioni. Ci accomunava la causa delle donne, la fatica o l’incapacità della Chiesa cattolica a recepirne il movimento. Ovviamente nel prendere posizione Kari era disinvolta ed esplicita, io invece assai più prudente.
    Sul piano degli incontri accademici l’ho avuta come relatrice a diversi colloqui dell’Istituto Costanza Scelfo. Ricordo ancora il suo intervento a Palermo, pubblicato qualche anno dopo in Donna e Ministero. Un problema ecumenico; ma ricordo anche la relazione al colloquio “Donne e teologia. Bilancio di un secolo”, pubblicata poi negli omonimi atti nel 2004. Kari ha sempre partecipato ai colloqui, fatta eccezione per l’ultimo. Bisognava comunque affidarle un incarico, farle spazio, anche quando era soltanto una “interlocutrice personalmente invitata”.
    Con gioia, nella qualità di direttrice della Cattedra “Donna e Cristianesimo” l’ho festeggiata alla Pontificia Facoltà Teologica “Marianum” per i suoi 80 anni, assieme al Coordinamento Teologhe Italiane (CTI). Lì, attorniata dalle colleghe romane da lei e con lei convolte in tanti progetti di ricerca, prese lei stessa la parola tracciando la sua autobiografia scientifica. La titolò “Cinquant’anni di ricerca: linee del mio percorso di studi”. In quell’intervento appassionato – la chiamavo proprio per la sua passionalità “la più mediterranea delle nordiche” – ha rivendicato la critica femminista della centralità maschile come la più grande rivoluzione epistemologica della storia umana e ne ha concluso – dopo avere scandito punto a punto lo sviluppo del suo pensiero – che la differenza sessuale può più imporre ruoli divisivi di genere, ma deve ispirare la collaborazione di donne e uomini in tutti gli ambiti della vita della Chiesa e della società.
    Di se stessa diceva d’essere stata una “pioniera”. Rivendicava – lo fece anche in quella circostanza – l’invenzione di un nuovo lessico. Le dobbiamo il binomio subordinazione/equivalenza come segnaletica dell’ambiguità del cristianesimo verso le donne; e le dobbiamo anche termini quali androcentrismo, matristica e altri ancora, ora entrati nell’uso comune.
    Vorrei, lasciando da parte convegni, cene, pranzi e scorribande varie, riandare a qualcosa di assolutamente personale e privato. Cinque, sei anni fa trovandosi in Sicilia non ricordo bene per quale convegno, Kari decise d’essere mia ospite. Eravamo a inizio dell’estate e mi trovavo a Castellammare del Golfo, mio paese natale. Assunse come base strategica la casa di campagna di mio padre e da lì ci siamo mosse per la Sicilia Occidentale. Naturalmente abbiamo unito archeologia, storia, arte e paesaggio. Abbiamo egualmente goduto dei musei e del limpidissimo mare. Il momento più bello, quello che ricordo ancora con emozione, è stata la nostra visita a Segesta. Allora si poteva ancora entrare dentro il tempio e lo misurammo in tutte le direzioni. Alla fine, mentre il sole tramontava, mi chiese di fermarci ancora. Ci sedemmo sulle panchine antistanti il monumento. Mi disse: “Stiamo un poco qui. È l’ultima volta che lo vedo”. Confesso che mi meravigliò questa affermazione, tanti e tali erano i suoi progetti per una vecchiaia che immaginava lunga e creativa. Non le risposi, neppure per cortesia, dicendole che certo sarebbe ancora tornata. Restai, anzi restammo, in silenzio e a lungo. Credo di non averla mai sentita così vicina, affascinata dalla bellezza e dalla storia misteriosa e incerta di quelli che quel tempio avevano edificato e, forse, avevano reso culto all’astro notturno lasciando aperto il tetto così che la dea Luna liberamente l’abitasse e illuminasse.
    Segesta nel mio immaginario di bambina era il massimo dell’esperibile. Nelle gite di primavera in un tripudio di asfodeli mi ero immaginata solenni processioni di donne biancovestite che salivano verso il tempio. Ora, più che adulta, accanto a un “personaggio” così singolarmente unico, testimone e partecipe della sua silenziosa contemplazione, mi sentivo anch’io nella schiera di quanti – tanti – in quel luogo avevano in qualche modo sperimentato il soffio dell’ineffabile. E ne ero insieme lieta e fiera. Le stavo accanto fuori dallo spazio e dal tempo, anticipando in tutta sororità quell’oltre a venire in cui lei ora è definitivamente entrata. E immagino che ad andarle incontro siano state le tante donne che ha contribuito a sottrarre al silenzio, quelle che ci ha consegnate come “madri”. Lei stessa del resto si sentiva tale, una “madre della Chiesa”, appunto.

    Cettina Militello
    Direttrice dell’Istituto Costanza Scelfo
    e della Cattedra “Donna e Cristianesimo” della Pontificia Facoltà Teologica “Marianum”

  2. Kari Børresen sapeva molto bene cosa pensavo di lei e, soprattutto, cosa pensavo del contributo che lei ha saputo dare alla storia delle idee. Ho ho avuto infatti modo di esprimerglielo più volte. Sapeva anche che le ero molto affezionata perché, da parte sua, mi faceva sentire di volermi bene. Un’affettività accennata, la sua, ma capace di farsi sentire e di infondere coraggio.
    Ritengo che Kari sia stata dotata di un’intelligenza “felina”, acuta, puntuale, pugnace, rapida, un’intelligenza che mirava alla preda, autonoma da qualsiasi ossequio a-priori. Mai “qualunque”, mai banale, mai frutto di elucubrazioni, ma frutto di un sapere storico, cioè dell’attinenza ai dati e al confronto tra essi, nonché di un’irrinunciabile capacità di valutazione critica. Un sapere storico-letterario che resiste e persiste nei flutti di una post-modernità che ne ha fatto, a volte, perfino motivo di dileggio. Quando avevamo occasione di parlarne, Kari si stringeva nelle spalle con l’orgoglio di chi sa che di tante stupidaggini non bisogna darsi affanno.
    Cosa abbiamo/ho imparato dal lavoro di Kari Børresen? dove le sue convinzioni e le sue prospettive hanno spinto il nostro lavoro di teologhe in Italia?

    Per me personalmente e per molte di noi la distanza generazionale da Kari comportava una significativa differenza. Nella genealogia che qualsiasi vera intelligenza scientifica dovrebbe ricostruire e di cui dovrebbe rendere ragione (se non addirittura rendere grazie) ma che, soprattutto per il pensiero delle donne è quanto mai essenziale rievocare senza stancarsi perché mai, altrimenti, esso non riuscirà a diventare tradizione, biografia intellettuale collettiva, determinazione di consapevolezza storica, in questa genealogia intellettuale che ha legato molte di noi a Kari non c’è dubbio che lei ha rappresentato il momento della forza originaria degli inizi e noi piuttosto quello della ricezione, dell’elaborazione critica, della rielaborazione secondaria, sia pure, non per questo, meno creativa. Penso, per esempio, alla grande questione posta all’incrocio tra interpretazione patristica dei racconti genesiaci di creazione e consapevolezza femminista dell’identità umana.
    La distanza generazionale tra noi e Kari ha anche comportato, però, il passaggio da una ricerca pionieristica, fortemente caratterizzata in senso individuale e singolare, alla costituzione di soggetti di indagine collettivi. Perfino in Italia ha preso forma un soggetto collettivo di ricerca teologica delle donne, il Coordinamento Teologhe Italiane, che ha ormai ottenuto un suo indiscusso riconoscimento ed a cui Kari è sempre stata molto legata. Non si tratta di un passaggio da poco, in un mondo come quello attuale che, tra la rarefazione delle masse e l’ipertrofia delle individualità, impone i soggetti istituzionali come unici interlocutori possibili per dare alle idee come ai fatti una qualche rilevanza storica. Di questo tanto lei che noi eravamo decisamente consapevoli, e da Kari abbiamo avuto solo sostegno e incoraggiamento affinché la nostra presenza fosse incisiva, affinché le nostre iniziative fossero qualificanti, affinché la nostra appartenenza ecclesiale fossecapace di libertà ma, allo stesso tempo, dotata di sapienza.

    In questo senso, di particolare rilievo è stata, a mio avviso, un’intensa stagione in cui Kari Børresen ha incentrato il suo lavoro sulla questione dei diritti o, meglio, sul rapporto tra religioni e diritti civili e, evidentemente, religioni (intese sia come tradizioni di storia delle idee che come istituzioni) e diritti civili e religiosi delle donne. Abbiamo più volte ricordato insieme l’intramontabile scritto di Christine de Pizan la Cité des dames. Un testo, si potrebbe dire, sconvolgente per la sua modernità, ma sconvolgente soprattutto perché induce un interrogativo drammatico, che impone di valutare che cosa può essere davvero decisivo per la storia delle idee femministe e, soprattutto, per la costituzione del soggetto femminile come soggetto storico collettivo e liberante oltre che liberato. Dalla lettura della Cité des dames risulta chiarissimo che il successo della causa del femminismo non sta nelle sue idee nei confronti del potere maschile e nel rifiuto delle sudditanze che questo potere ha imposto. Non sta tanto neppure nelle analisi e nelle valutazioni. Esse infatti sono già state fatte da secoli. Alla fine del 1300 Christine de Pizan scrive pagine sullo stupro, per esempio, che meriterebbero di essere ragionate nelle nostre corti di giustizia quando ancora si traccheggia per riconoscere alla violenza di genere la sua specificità dentro il quadro delle violenze sessuali e della violenza contro le persone. Si tratta solo di un esempio. Fa impressione pensare, ma è al contempo anche inquietante, che la consapevolezza femminile fosse già arrivata a formalizzare coscienza, idee, giudizi, pretese. Che essi fossero stati anche messi per iscritto. E che la forza della tradizione patriarcale sia riuscita a costringerli sempre in parentesi e a condannarli cosìall’oblio. Come è possibile che cose che ci sembra di aver conquistato col sudore della fronte sulle barricate della modernità fossero invece così già chiaramente sentite, pensate ed espresse 600 anni fa? Come è possibile che andare a sottrarre queste isole di coscienza al negazionismo patriarcale ci dia oggi tutta questa ebbrezza e non ci metta invece in allarme? Se è stato fatto così con espressioni di consapevolezza e di lucidità rivoluzionaria delle donne del passato, come possiamo pensare che questo non possa continuare ad avvenire ancora e che tutto il nostro sforzo, il nostro lavoro, la nostra fatica non possa venire di nuovo seppellita sotto la montagna di detriti di un androcentrismo il cui braccio secolare delle strutture di potere patriarcali garantisce la continua rigenerazione?
    Credo che l’immenso lavoro intellettuale di Kari Børresen vada considerato un tentativo di sfuggire a questo rischio e soprattutto di far sfuggire a questo rischio il femminismo, perché esso ha spinto la ricerca delle donne a uscire dall’ambito dell’ideologia politica per trovare nell’ambito della trasformazione delle prassi istituzionali la propria indispensabile collocazione, la propria funzionalità storico-politica, ma anche la propria assicurazione per il futuro. Solo occupandosi dell’affermazione o della difesa dei diritti delle donne nelle società civili e del contributo o delle resistenze che a tale affermazione o a tale difesa danno le tradizioni e le istituzioni religiose è possibile ritenere, e non solo sperare, che la stagione del femminismo non passi invano come invano sono passate, da un certo punto di vista, le stagioni delle nostre antenate che già tanto avevano visto, tanto giudicato, tanto preteso, tanto osato e che sono state costantemente ricacciate nelle soffitte della storia.
    Ricordare Kari, significa allora tenere viva la memoria di una causa di cui lei tra le prime è stata vigorosa interprete, acuta stratega e instancabile artefice, quella della umanizzazione del mondo e, perciò, quella della libertà delle donne.

    Marinella Perroni
    Pontificio Ateneo S. Anselmo – Roma

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