Omaggio a Vauchez

AVT_Andre-Vauchez_4464Il conferimento del Premio Balzan al prof. André Vauchez, esponente di rilievo internazionale nel campo degli studi storico-religiosi e in particolare agiografici, è un evento che ha suscitato larga eco anche nella nostra associazione. Essa si onora di averlo avuto, sin dalla sua costituzione, tra i suoi soci onorari, trovando in lui un autorevole riferimento scientifico, oltre che un concreto sostegno e un incoraggiamento amichevole. L’AISSCA invita a proporre un testo, un video o un file audio, sul tema: Il mio incontro con André Vauchez. Scopo di questa iniziativa, aperta anche a coloro che non sono nostri soci, è quello di far emergere, in modo corale, la vasta rete di relazioni intessute da Vauchez con la comunità scientifica italiana e internazionale. Essa sarà un affettuoso segno di omaggio al nostro amico carissimo, oltre che maestro, e troverà un momento di sintesi in un incontro da programmare nel corso del 2014.

 

Programma per la giornata Omaggio a Vauchez

Leggi l’intervento di Mario Sensi (per visualizzare le didascalie clicca qui)

27 commenti a “Omaggio a Vauchez

  1. Ho incontrato il prof. André Vauchez nel giugno del 2011, in occasione del corso del CESA a Rieti, dove tenne una lezione sui processi di canonizzazione. Avevo letto precedentemente i suoi libri, ma non lo avevo mai conosciuto personalmente. Fu una sorpresa molto gradita quando, durante il pranzo, il prof. Vauchez venne a sedersi con noi studenti e ci chiese delle nostre ricerche. Gli parlai della mia tesi di licenza, in cui mi ero occupata del ‘corpus’ delle Vite della beata Dorotea di Montau, che anche il prof. Vauchez conosceva bene perché aveva studiato il suo processo di canonizzazione. Era molto simpatica questa sua apertura verso noi giovani e anche ora, quando leggo i suoi studi, conservo la memoria di questo incontro che mi ha arricchito molto.

  2. Dear André,
    Our acquaintance dates from the mid-1960s when we both attended the legendary seminar of Michel Mollat on ‘les pauvres e la pauvreté au Moyen-Âge’. In the decades since then I have benefitted several times and in different ways from your many kindnesses, for example when I was a newcomer to Rome and you were a Directeur d’études à l’Ecole as well as a principal animator of the Circolo medievistico romano, and you introduced me into the lively community of medieval specialists and the rich array of resources for our trade found in that city. Later on of course when you returned as Directeur de l’Ecole, you and Denise were especially generous in helping Lella and me get acclimatized in our new roles when we, too, returned to Rome.
    While placing your friendship and generosity first in this message, I do, however, wish to mention with emphasis that from the time of your earliest publications right through to your magnificent Francis book (in both French and English) I have always learned a great deal from your work and thus am proud to think of you as one of my teachers as well as a colleague and friend.
    With congratulations and continuing esteem,
    Lester

  3. Pochissimi, oltre al diretto interessato, sanno che sono stato io a proporre al Mulino nel 1998 la ristampa del volume di André La santità nel medioevo, che fu realizzata l’anno dopo: ristampa alla quale ne è seguita un’altra nel 2009, a riprova della perdurante validità dell’opera, che ha avuto e continua ad avere, come avviene abitualmente per i prodotti migliori della storiografia francese, una circolazione anche al di fuori dell’ambito ristretto degli storici di mestiere. È stato quello il periodo in cui ho cominciato ad occuparmi della storia dei culti e della santità, alla quale sono giunto però partendo non dai miei originari interessi per la storia del monachesimo bensì dagli stimoli che mi venivano da Gabriella Rossetti e dal GISEM nell’ambito dello studio della circolazione mediterranea: inizialmente quella dei mercanti, ma ben presto anche quella dei santi, delle loro reliquie e dei loro culti, che alla prima era non di rado strettamente intrecciata, perché erano spesso i mercanti a diffondere nelle realtà in cui operavano e a volte si radicavano i culti delle loro città o ad importare in esse quelli conosciuti in terre lontane. Ne scaturì un seminario su Pellegrinaggi e itinerari dei santi nel Mezzogiorno medievale, che si svolse a Napoli nel 1997 e i cui atti furono pubblicati nel 1999, l’anno appunto della ristampa del libro di Vauchez.
    Da allora sono state numerose le occasioni di incontro e di collaborazione con André, che mi ha sempre colpito non solo per la qualità del suo lavoro di storico e per le sue doti caratteriali, che lo rendono aperto ai rapporti di amicizia, ma anche per la disponibilità a farsi coinvolgere nelle iniziative che vengono realizzate in ogni parte d’Italia, tra le quali mi piace ricordare la presentazione a Napoli nel 2000 dei due volumi del GISEM in onore del mio maestro Mario Del Treppo.

  4. Ho avuto l’opportunità di conoscere il prof. André Vauchez attraverso i suoi libri, nel periodo in cui, ad Assisi, frequentavo il biennio di specializzazione in Studi francescani. Sono passati poco più di dieci anni da allora. Iniziai questo corso con il desiderio di imparare più cose possibili sul Medioevo, su Francesco e Chiara d’Assisi e sulla loro posterità. E così, dietro suggerimento di alcuni docenti, entrai in contatto con gli scritti del prof. Vauchez, che insieme a quelli di altri studiosi, lessi e rilessi con molto gusto ed interesse, come uno che si stupisce per l’orizzonte ampio ed affascinante che gli si manifesta davanti agli occhi. La spiritualità dell’Occidente medievale mi aiutò a contestualizzare Francesco e a rileggerlo alla luce della tradizione spirituale a lui precedente e successiva. Ma ciò che più ha accompagnato la mia ricerca e il mio studio è stato la lettura de La santità nel Medioevo: è dall’incontro con questo libro straordinario che iniziai – sotto la guida di don Felice Accrocca – a interessarmi al processo di canonizzazione di Chiara d’Assisi, per poi giungere allo studio della sua Legenda sanctae Clarae, che fu oggetto della mia tesi dottorale alla Gregoriana. Lessi con profitto, a tal riguardo, i saggi L’ideal de sainteté dans le mouvement féminin franciscain au XIIIe et XIVe siècles e Sainte Claire et les mouvements religieux féminins de son temps, oltre a quelli raccolti nel volume Esperienze religiose nel Medioevo. Gli studi del prof. Vauchez diventarono dei punti di riferimento. Fu molto bello per me quando questa frequentazione per via di lettura poté coronarsi con la conoscenza personale del professore: nel novembre del 2007, insieme a fr. Pietro Messa, ci recammo in macchina da Roma a Foligno per una giornata di studio sulle clarisse dell’Osservanza. Quelle ore passate insieme furono come una lezione: ascoltai con molta attenzione ciò che raccontava sull’utilizzo dei Padri nel Medioevo, sugli scritti di Francesco e Chiara, e sulle fonti agiografiche francescane e clariane. Fu l’occasione per parlargli della mia tesi sulla Legenda sanctae Clarae che, qualche anno dopo, insieme all’amico Jacques Dalarun, mi incoraggiò a pubblicare nei Subsidia Hagiographica dei Bollandisti. A questo seguirono altri incontri, non molti in realtà, ma tutti significativi, dai quali ho potuto sempre apprezzare la grande cordialità e umanità del prof. Vauchez. In occasione della presentazione romana del suo Francesco d’Assisi. Tra storia e memoria nell’aprile del 2010, gli manifestai, anche a nome di tanti frati suoi lettori, la gratitudine e l’ammirazione per questo suo ulteriore contributo offertoci per la conoscenza di Francesco. Gli stessi sentimenti voglio manifestargli con questi ricordi, ringraziandolo per il suo importante magistero e per la sua esemplare umanità.

  5. Non ho avuto un rapporto personale forte con André Vauchez, nonostante le varie occasioni di incontro per convegni scientifici o presentazioni di libri: l’ultima delle quali pochi anni fa all’Aracoeli, quando fu presentata l’edizione italiana del suo Francesco d’Assisi. Tra storia e me-moria e potemmo salutarci durante il rinfresco che seguì. Ma la conoscenza sua e soprattutto delle sue opere risale molto indietro nel tempo, all’epoca dei miei studi universitari e soprattutto postuni-versitari, dalla metà dagli anni ’70 del secolo scorso. Questa – a partire dai suoi studi sui laici nel Medioevo – è stata una conoscenza fondamentale, che mi sono portato dietro, tanto che più volte ho adottato suoi libri come testi per i miei programmi d’esame. Innanzitutto La santità nel Medioevo, fino alla raccolta adottata proprio in questo anno accademico 2013-14, Esperienze religiose nel Me-dioevo, che ho cercato di far apprezzare ai miei studenti di magistrale. Ed anche una conoscenza continuata, dato che gli incontri in occasioni di studio non si sono interrotti. Da parte mia voglio esprimergli un ringraziamento per la sua opera di studioso, per l’attenzione e l’amore che ha avuto verso l’Italia e gli studiosi italiani, per un lavoro che – tra l’altro – ha portato molti di noi a conosce-re meglio tradizioni religiose e personaggi della storia del nostro Paese.
    Alfonso Marini
    Sapienza Università di Roma
    18 giugno 2014

  6. Il mio ringraziamento ad André Vauchez non può beneficiare della frequentazione assidua e diligente dei suoi studi, della sua illuminante competenza, essendo il mio campo di interesse non tanto la spiritualità, la santità medievale quanto la storia istituzionale del francescanesimo contemporaneo e la storiografia moderna. Mi viene però in aiuto un libro L’Intuition prophetique enjeu pour aujoud’hui, donatomi dallo stesso Vauchez il giorno dell’inaugurazione della Scuola francescana di Parigi da lui presieduta (18 novembre 2011). Si tratta di un volume curato proprio da Vauchez che raccoglie una serie di studi – riflessioni ispirate ad una nota opera di Bruno Chenu, L’urgence prophétique. Sì, anche di questo è capace André Vauchez! In effetti, oltre che attendere alla sua professione di studioso serio, competente, intelligente, che tutti abbiamo avuto modo di apprezzare, Vauchez ha studiato la profezia in Saint, prophetes et visinnaires, e non lo ha fatto in modo asettico, bensì partecipativo; si è lasciato coinvolgere da questa santità benché analizzata con il necessario distacco dello storico. E’ questo tratto esistenziale, morale che sento di apprezzare particolarmente della sua personalità di studioso, e che conferisce, a mio avviso, un plus valore alla sua stessa ricerca, cioè intendo far riferimento alla sua partecipazione sincera al mondo che costituisce l’oggetto dei suoi studi, un coinvolgimento non solo affettivo, bensì una implicazione etica, che mette in gioco l’attualità con le sue questioni, le sue ansie, le sue perplessità. Andrè Vauchez ci guida alla scoperta del suo modo di concepire il lavoro dello storico, la cui professione non consiste soltanto nell’entusiasmante gioco del confronto critico delle fonti, non è solo la ricerca di una retorica in grado si rivitalizzare il passato, è invece un impegno per la vita, è una missione, è una responsabilità sociale. Nel fare storia di André Vauches non manca in effetti quel tanto di profezia che qualifica un testimone proteso verso il futuro. E’ appunto la testimonianza, la martiria piena di futuro perché anticipatrice dell’escatologia, che il francescanesimo di Vauchez ha incarnato osando “disturbare” la quiete dell’istituzione. «E’ questa dimensione ‘dérangeante’ (scomoda) del profetismo – scrive Vauchez nella prefazione al volume – che questo libro vorrebbe far scoprire a suoi lettori, permettendo loro di ritrovare il senso di questo grande movimento inaugurato dai profeti del Primo testamento e che si prolunga fino ad oggi, tutti lo vediamo, senza che noi riusciamo a riconoscerne i segni e i testimoni». E se questo libro di cui Vauchez si è fatto promotore costituisse l’anima della sua Storia, la profezia? A me piace pensarlo!

  7. Dall’Istituto Francescano di Spiritualità della Pontificia Università Antonianum.
    Il conferimento del Premio Balzan al professore André Vauchez è una grande occasione per esprimere al grande studioso francese la gratitudine di quanti, lungo numerosi decenni, hanno potuto apprezzare i suoi studi sulla storia della spiritualità medievale ed in particolare su san Francesco d’Assisi. Anche la realtà dell’Istituto Francescano di Spiritualità della Pontificia Università Antonianum ha avuto occasione di approfittare della presenza del grande studioso per gli studenti e per il corpo docente. Invitato in alcune circostanze dalla Scuola Superiore di Studi Medievali e Francescani della Pontificia Università Antonianum – uno degli enti promotiri dell’importante incontro di venerdì 20 giugno prossimo – anche gli studenti di teologia spirituale hanno potuto con profitto partecipare alle sue lezioni e godere della sua illuminata sapienza. Particolarmente importante per il nostro ambito di studi è il prezioso volume Francesco d’Assisi. Tra storia e memoria (2010). Qui il Santo di Assisi viene restituito al suo vero contesto sociale ed ecclesiale e la sua esperienza cristiana appare ultimamente integrale, senza quegli unilateralismi elaborati soprattutto dal pensiero romantico. Si pensi alla modalità con cui André Vauchez ha descritto l’autentico rapporto di Francesco con la sacra Scrittura, scevro di ogni letteralismo fondamentalista, e presentato il suo rapporto con la Chiesa, al di fuori dalle sterili visioni estreme tra contestatore libertario e ingenuo succube di poteri ecclesiastici. Dalle pagine di André Vauchez, ci è restituito un san Francesco uomo e santo, drammatico e pacificatore. In sintesi ce lo ha presentato come uomo vero poiché davvero santo. Questo parla anche al nostro presente.

  8. Monastère Sainte Colette – Assisi
    Notre communauté de Clarisses françaises implantée à Assise a été fort honorée de recevoir en ses murs, le 11 octobre 2012, la visite du Professeur André Vauchez : celui-ci s’apprêtait à participer au 40ème colloque international d’Etudes organisé par la Società Internazionale di Studi Francescani sur le thème I Frati Osservanti e la società in Italia nel sec. XV (Assisi-Perugia 11-13 ottobre 2012) dont il devait élaborer les conclusions.
    Nous avions désiré cette rencontre, d’une part pour adresser au Professeur notre gratitude pour ses recherches qui, à travers son magnifique ouvrage sur François d’Assise, ont contribué à redonner une nouvelle fois Saint François aux français… Ce livre est pour nous une référence que nous faisons largement connaître aux nombreux touristes et pèlerins français qui séjournent dans l’hospitalité de notre monastère et qui désirent approfondir la connaissance du Poverello.
    D’autre part, nous étions dans les derniers préparatifs de la journée d’étude, qui devait avoir lieu le 17 novembre 2012 dans notre monastère, concernant L’Observance franciscaine au féminin – Sainte Colette de Corbie. Je devais personnellement y aborder, en duo avec Sr Monica Benedetta Umiker osc du monastère des clarisses de Perugia – Sant-Erminio, Colette de Corbie et les clarisses de l’Observance : continuités et différences. C’est donc sur ce sujet que nous avons interrogé le Professeur André Vauchez, durant le riche entretien que celui-ci a bien voulu nous accorder : le Professeur avait en effet accompagné dans le passé les recherches de Elisabeth Lopez sur Sainte Colette de Corbie et en avait préfacé la publication Culture et sainteté – Colette de Corbie, Publications de l’université de Saint-Etienne, 1994. Ses remarques et explications visant à resituer la sainte française dans son contexte historique m’ont été précieuses pour préparer mon étude. Bien plus, le Professeur André Vauchez a su nous rendre Sainte Colette très proche et familière, grâce aux diverses anecdotes livrées à bâton rompu. Combien est important et fructueux pour nous, soeurs clarisses, de bénéficier de tels contacts avec des historiens qui, dans le respect des disciplines particulières, nous donnent des éclairages sur l’histoire de notre charisme : la connaissance de celles qui nous ont précédées nous aident à être fidèles au Dieu qui se donne à nous aujourd’hui et qui écrit avec nous notre lendemain…
    Merci au professeur André Vauchez pour la simplicité et la magnanimité avec lesquelles il a bien voulu répondre à nos demandes ! Merci à lui d’avoir su ainsi s’adapter à notre peu d’érudition et nous manifester son estime pour la vie monastique que nous menons !

  9. Il mio incontro con André Vauchez è avvenuto nel novembre 1990 tramite le pagine del suo “I laici nel medioevo”, che il prof. Ugolino Nicolini quell’anno consigliò agli studenti del corso di Storia medievale nella Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università degli Studi di Perugia. Io avviavo il mio percorso di studi universitari, avendo scelto subito la storia medievale come ambito di approfondimento. Progredendo negli studi mi accorsi quanto la “scuola perugina” di quegli anni fosse vicina agli ambiti di ricerca e al metodo d’indagine di André Vauchez, al punto che cominciai a leggere via via i suoi libri, sia quelli nuovi che quelli precedenti (che fatica reperire in commercio “Ordini mendicanti e società in Italia”, ma che soddisfazione poterlo acquistare via internet dopo anni di attesa!). Dopo averlo visto di persona a qualche convegno (tra cui quello sui santuari italiani a Trento nel 1999), personalmente l’ho incontrato per la prima volta nel caldo luglio del 2001, a Montaione, in occasione del seminario internazionale su “San Vivaldo e l’eremitismo toscano dei secoli XIII-XV”, ma credo che l’incontro sia stato più significativo per me che per lui; in ultimo ci siamo incontrati a Camaldoli tra maggio e giugno 2012, al convegno sul medioevo camaldolese (quando mi ha fatto una certa impressione sentire pronunciare da lui il mio nome, citato nelle conclusioni: fino ad allora mi ero abituato al contrario!). Memore dell’antica passione, avviata proprio sulle pagine de “I laici nel medioevo”, avviando il mio servizio di professore di Storia della Chiesa medievale nell’Istituto Teologico di Assisi nel 2008 scelsi di dedicare proprio a quel tema l’approfondimento proposto agli studenti. Fu l’inizio di una nuova stagione della mia vita di studioso di storia, che volli affidare alla stessa guida che mi aveva accompagnato nella prima stagione.

  10. Anche noi ci uniamo al coro delle felicitazioni al prof. André per questo importante riconoscimento. Abbiamo avuto occasione di contattarlo – sperimentandone la gentilezza e la disponibilità – nel 2012, quando ha scritto per la nostra rivista Forma Sororum un breve e intenso saggio sul Concilio Vaticano II.
    Ringraziamo il Padre delle misericordie per il dono del prof. André e volentieri continuiamo a custodirlo nella preghiera, perché il suo servizio sia ancora per molti anni fecondo di frutti di bene.
    Responsabile di “Forma Sororum. Lo sguardo di Chiara d’Assisi oggi”
    Monastero Santa Lucia di Città della Pieve (Perugia)

  11. Dal Monastero di S. Maria di Monteluce in S. Erminio di Perugia
    Ho avuto modo di incontrare il prof. André Vauchez il 13 ottobre 2012, in un’occasione che mi è sembrata rivelativa della sua persona. Si stava svolgendo il 40° Convegno Internazionale di Studi Francescani, dal tema «I frati osservanti e la società in Italia nel sec. XV» (11-13 ottobre). Dopo gli incontri dei primi due giorni ad Assisi, il terzo giorno si tenne presso il convento S. Francesco del Monte (Monteripido) di Perugia in occasione del 550° anniversario della fondazione del primo Monte di Pietà di Perugia nel 1462 per opera dei frati osservanti. Al prof. Vauchez erano in quel terzo giorno affidate le conclusioni, previste per le ore 16.
    Un mese più tardi, il 17 novembre 2012, avrei partecipato presso il monastero S. Colette di Assisi – come relatrice insieme a sr. Thérèse Myriam Chuamont – alla VII Giornata di studio sull’Osservanza francescana al femminile dal tema Santa Colette de Corbie. Conoscendo ben poco della Francia del XV secolo, avevamo osato chiedere al prof. Vauchez un incontro per conoscere meglio il contesto in cui nacque e visse s. Colette. Oltre al Convegno della SISF, il prof. Vauchez si rese quindi disponibile anche per questo incontro con noi, e già prima per uno con le Sorelle Colettine di Assisi.
    Sabato 13, al termine del Convegno di Monteripido e nonostante le tre giornate intense appena vissute, venne al nostro monastero con una disponibilità e affabilità che ci conquistarono subito, ci narrò con parole semplici di quell’epoca travagliata di cui sapevamo ben poco e rispose alle nostre domande. Certamente da professore, ma molto più da “maestro”, nel giro di un’ora ci spalancò le porte su un pezzo di storia “tenebrosa” e piena di difficoltà, in cui tuttavia fiorirono una santità e verità evangelica che si irradia fino a oggi.
    Il prof. Vauchez non ci donò però solo questo incontrò: ci donò anche il suo libro su san Francesco, che in seguito leggemmo insieme in comunità. E si mostrò interessato alla storia del nostro monastero di S. Maria di Monteluce, per cui gli mandammo i due volumi del Memoriale.
    Il contatto è rimasto senz’altro nella preghiera e nell’amore alla storia di Dio nella nostra storia umana, ma anche tramite gli auguri che ci scambiamo e che il prof. Vauchez ha una volta accompagnato con una bella Vita di s. Colette.
    Credo che l’atteggiamento di disponibilità, gratuità e semplicità con cui ci ha incontrato e si è prestato a colmare la nostra ignoranza, siano tratti belli della sua persona, che insegnano ben al di là delle nozioni.

  12. Il mio primo incontro con il Prof. André Vauchez risale al 1977, quando ebbi modo di ascoltare all’Antonianum di Roma una sua conferenza in occasione del centenario del Collegio S. Bonaventura di Quaracchi (1877-1977). Rimasi subito colpito dalla sua competenza e dal suo apprezzamento per l’opera scientifica dei Padri Editori di Quaracchi. Alcuni anni dopo, trovandomi a Grottaferrata (Roma) come membro del Collegio S. Bonaventura, tre amici francesi mi fecero meglio conoscere la persona e i lavori scientifici del Prof. Vauchez: Louis-Jacques Bataillon, Jacques-Guy Bougerol e Jérôme Poulenc. Dietro loro consiglio, nel 1987, in procinto di partire per il Belgio per una specializzazione in studi medievali all’università di Louvain-la-Neuve, lessi con grande attenzione e profitto il ponderoso volume La sainteté en Occident aux derniers siècles du Moyen Age d’après les procès de canonisation et les documents hagiographiques (Roma 1981). Questo testo mi fu utilissimo sia per rinfrescare le mie conoscenze della lingua francese, sia soprattutto perché mi fornì suggestioni e spunti metodologici in vista dell’edizione critica della Legenda di santa Margherita da Cortona che mi era stata affidata dai miei superiori. A Louvain-la-Neuve acquistai e lessi un altro bel lavoro di Vauchez, che aveva attinenza con i miei interessi storico-agiografici: Les laïcs au Moyen Age. Pratiques et expériences religieuses (Paris 1987). Posso dire che è stata la figura di Margherita da Cortona a favorire e consolidare il mio legame di stima e d’amicizia con il Prof. Vauchez. Infatti anch’egli aveva trattato di questa santa in alcuni suoi studi. Ma soprattutto, in concomitanza con il centenario della morte di Margherita (1297-1997), egli pubblicò insieme a Joanna Cannon il volume Margherita of Cortona and the Lorenzetti. Sienese Art and the Cult of a Holy Woman in Medieval Tuscany (1999), alla cui traduzione italiana (Margherita da Cortona e i Lorenzetti, Roma 2000) ho avuto l’onore di collaborare. Non posso dimenticare che grazie alla gentilezza e disponibilità del Prof. Vauchez, allora direttore dell’École française di Roma, l’edizione critica della Legenda di santa Margherita venne presentata a Roma nel maggio 1997 nei locali dell’École in piazza Navona dallo stesso Vauchez, da Giovanni Pozzi e da Rino Avesani. Tra i tanti santi di cui il Prof. Vauchez si è occupato nelle sue indagini, un posto a parte lo ha Francesco d’Assisi. A lui Vauchez ha dedicato una splendida monografia uscita prima in francese (François d’Assise. Entre histoire et mémoire, Paris 2009) e poi in traduzione italiana (Francesco d’Assisi. Tra storia e memoria, Torino 2010). Avendo ricevuto da Vauchez una copia con dedica dell’edizione originale francese, non ho potuto sottrarmi all’invito rivoltomi dalla Scuola Superiore di Studi Medievali di presentare la versione italiana a Roma (Aracoeli) il 15 aprile 2010. È stata per me un’ulteriore occasione non solo per manifestare al Prof. Vauchez la mia ammirazione per l’equilibrio e la chiarezza con cui ha saputo affrontare un argomento così delicato e complesso come la figura di Francesco, ma anche per apprendere nuove indicazioni di metodo da un grande maestro.

  13. Gratitudine dalla Scuola Superiore di Studi Medievali e Francescani
    I contatti tra la Pontificia Università Antonianum – soprattutto la Scuola Superiore di Studi Medievali e Francescani – e il prof. André Vauchez sono stati molteplici e per questo non può esserci che gratitudine per la sua professionalità unita a cortesia. Ebbe diversi contatti con studiosi frati Minori e all’Antonianum andò più volte per incontrare ad esempio il p. Jacques Cambell.
    Così nel convegno Verba Domini mei. Gli Opuscula di Francesco d’Assisi a 25 anni dalla edizione di Kaietan Esser svoltosi nell’aprile 2002 è intervenuto con una relazione Les Écrits de saint François: une répons à la contestation hérétique? Nell’Anno Accademico 2007-2008 presso la Scuola Superiore di Studi Medievali e Francescani ha svolto un corso diviso in due parti: Spiritualità e vita religiosa dei laici in Occidente nei secoli XII-XIII (29 ottobre – 9 novembre 2007) e Escatologia , profezie e rivelazioni nella Chiesa latina e in ambito francescano, secc.XIII-XV (10 – 20 dicembre 2007).
    Nello stesso periodo a Foligno presso il Monastero delle clarisse Santa Lucia ha partecipato il 10 novembre 2007 alla seconda giornata di studi sull’Osservanza francescana al femminile, dedicata agli Aspetti culturali di S. Lucia di Foligno: un tentativo di approccio, facendo le conclusioni. Di questo appuntamento, che vide uniti studiosi di centri accademici e persone che hanno fatto del francescanesimo una scelta di vita, memorabile fu l’arrivo la sera precedente: il viaggio in macchina da Roma a Foligno si svolse nel tardo pomeriggio, con un tempo burrascoso. Sulla via Flaminia tra Terni e Spoleto al buio si associò la pioggia, il forte vento che trasportava le numerose foglie autunnali; giunti al monastero il prof. Vauchez accennò alla presenza in città di un antico insediamento religioso femminile nel cui refettorio vi sono rappresentati tre banchetti evangelici, ossia le nozze di Cana, il pranzo a casa di Lazzaro dove Marta serviva e Maria invece stava ai piedi di Gesù, e infine l’Ultima cena. Dopo l’ottima cena delle sorelle clarisse, si è andati a vedere tale luogo, ossia il Monastero di Sant’Anna, iniziato dalla beata Angelina da Montegiove. Una vera e propria sorpresa la bellezza del monastero appena restaurato, dopo il sisma che colpì Foligno nel 1997: non solo i dipinti del refettorio, ma molto altro, tra cui la bottega di Nicolò di Liberatore, detto l’Alunno, con i graffiti “di vita quotidiana” fatti dal pittore sul muro: da bozzetti di opere a ricette, dalla data di matrimonio di familiari ai conti, fino all’autoritratto con accanto la moglie Caterina. Ma ciò che colpì maggiormente Vauchez fu che la giovane suora nell’indicare le sorelle committenti anche dei dipinti del Quattrocento, usava con disinvoltura la prima persona plurale, tanto era forte la consapevolezza – più o meno conscia – di appartenere a una storia secolare: infatti, con semplicità usava espressioni quali “quando abbiamo fatto fare questi dipinti”, “nel momento che abbiamo dovuto adottare la clausura”!
    Il 14 dicembre 2007 il prof. André Vauchez ha tenuto la prolusione in occasione dell’inaugurazione del Master in Medioevo francescano. Storia, filosofia e teologia, organizzato dalla Scuola Superiore di Studi Medievali e Francescani della Pontificia Università Antonianum e dalla Facoltà di Lettere e Filosofia della LUMSA Università. Nel suo intervento inerente Frate Francesco e il Vangelo tra lettera e spirito, ha approfondito un tema a lui caro, che sarà ripreso nel successivo volume dedicato all’Assisiate, ossia che Francesco visse la “sequela Christi” mediante una osservanza “spiritualmente letterale” del Vangelo e non – come diranno fonti successive e sarà ripetuto spesso fino ad oggi come fatto caratterizzante della sua santità – una “imitatio” letterale della Scrittura, ossia alla lettera e sine glossa.
    Il 15 aprile 2010 a Roma presso l’Oratorio dell’Immacolata Concezione della Basilica di Santa Maria in Aracoeli si è svolta la presentazione della traduzione italiana del volume Francesco d’Assisi. Tra storia e memoria con l’intervento dei professori Grado Giovanni Merlo e Fortunato Iozzelli. Un’opera che resterà un riferimento per i francescani anche per l’attenzione al tema della relazione tra storia e teologia, soprattutto spirituale. Questo aspetto dei suoi studi è maggiormente comprensibile se si tiene conto che fin da giovane studente poté godere della conoscenza del noto teologo Yves Congar; inoltre – come lui stesso ha scritto – «ho avuto la fortuna, pur essendo allora un giovane studioso sconosciuto, di potere assistere, grazie a un vescovo che conoscevo di persona, a una delle ultime sessioni del concilio Vaticano II, nell’ottobre 1965 e ne ho conservato un vivissimo ricordo» (A. Vauchez, Il Concilio Vaticano II cinquanta anni dopo: le riflessioni di un laico, in Forma sororum. Lo sguardo di Chiara d’Assisi oggi, 49 (2012), p. 286-291).
    Proprio in questi giorni – come segno di una collaborazione che continua e anche prospettiva di ricerca – esce un suo contributo nel volume Colette de Corbie. Ripartire da Cristo sulle orme di Chiara. Atti della VII Giornata di studio sull’Osservanza francescana al femminile (Assisi – Monastère S. Colette, 17 novembre 2012).
    Molti altri aspetti si potrebbero ricordare, come l’adattarsi nel 2007 all’Antonianum ad un “pernottamento francescano” anche a motivo del termosifone che non funzionava troppo, oppure il suo indicare con il termine di amici molti dei suoi colleghi e non ultimo l’aver “predicato” nella Cattedrale di Cremona su invito del vescovo locale in occasione del centenario di sant’Omobono. Sono piccole realtà che sfuggono alla storia, ma che le danno colore, e che lo stesso André Vauchez con i suoi studi e pubblicazioni ha cercato di riscoprire e far conoscere. Caro prof. André ci auguriamo che la gratitudine per quanto trasmesso diventi gratuità da comunicare con la stessa professionalità e cortesia!

  14. André Vauchez. Storia e signorilità
    Ho avuto il privilegio di conoscere André Vauchez intorno alla fine degli anni Novanta del secolo scorso, quando, nella qualità di Direttore del Dipartimento di Studi Storici della mia Università, lo incontrai a Roma nella sede dell’École Française. Era in programma un progetto di collaborazione scientifica con la prestigiosa istituzione da lui guidata. Successivamente, il Dottorato di Ricerca sui centri, sulle percorrenze e sulle culture dei pellegrinaggi, del quale sono stato a lungo Coordinatore, mi offrì l’occasione di averlo a Lecce come presidente della commissione di licenza del ciclo XIV. Ma ho conosciuto André Vauchez soprattutto attraverso i suoi studi, ovviamente, sulla religiosità, sul miracolo, sul rapporto fra santità – miracolo – “religiosità vissuta” quando, alcuni anni addietro, mi imbattei nel tema della santità femminile nel sec. XI e, più recentemente, in un ritorno al periodo della Gallia merovingia nella testimonianza e nella prospettiva di Gregorio di Tours, sul tema del ‘bisogno’ del miracolo al momento del sorgere di un mondo che non era più quello antico.
    Un contributo sul Miracolo apparso nel secondo volume del Dizionario dell’Occidente medievale curato da J. Le Goff e J. C. Schmitt (2004) consente di cogliere immediatamente le direttive della ricerca di Vauchez: da una parte la storia della Chiesa, dall’altra la storia di una religiosità che sta sorgendo sulla tradizione del Vecchio Testamento e dei Vangeli in concorrenza col “miracoloso non cristiano” nello sforzo di “detronizzarlo”, sradicando le antiche radici culturali di popolazioni “superficialmente” e di recente cristianizzate.
    Il ‘sovrannaturale’ del miracolo, quale evento che va al di là di qualsiasi comprensibilità, in quanto sfugge ai meccanismi della natura, prelevato dal contesto di provenienza, quello cioè dell’onnipotenza di Dio, viene sottoposto all’analisi come dato obiettivo, del quale cogliere le ragioni. La necessità della Chiesa di controllare, attraverso un’azione costante, quotidiana e diretta fornita soprattutto dall’omiletica, il pericolo di una riduzione della fede nell’atto ‘miracoloso’ ad evento in cui la componente naturale diventa determinante, contaminandosi così con la magia, riporta al centro della riflessione di Vauchez il ruolo della Chiesa in un processo di metabolizzazione, si direbbe, di tutto il patrimonio folklorico pagano. È dello studioso di razza non perdere mai di vista i confini dello spazio storico della ricerca: non il miracolo nella natura di evento straordinario, che stupisce, che mette l’uomo davanti alla sua impotenza, ma la “fede”, dunque, “nel miracolo”, fenomeno culturale di matrice sociale. L’equilibrio dello storico assicura all’analisi di Vauchez una chiara equidistanza da qualsiasi pericolo di ideologizzazione sia di stampo cattolico che laico.
    André Vauchez, sulla scia di un altro illustre studioso della “religiosità popolare”, Raoul Manselli, nel rispetto della valenza tutta spirituale del fenomeno strettamente legato al rapporto ‘miracolo’ – santità, rimane aderente – e come potrebbe essere altrimenti – al contesto in cui si esprimono tali meccanismi. Santità, miracolo, reliquie e santuari diventano tappe di una spiritualità sorta dalle radici del cristianesimo entrato in contatto ed in confronto con riti e credenze arcaiche.
    Con la distinzione tra ‘fede’ e ‘atto di fede’ Vauchez non solo indica con estrema chiarezza l’ambito e il compito dello storico, ma riporta al centro della stessa esperienza dello spirito la consapevolezza della persona, non potendosi prescindere dai “diritti della ragione” pur all’interno del “senso del mistero divino”. Per questo motivo egli individua come pericolo per la stessa Chiesa l’eccesso di zelo nello “spinto” processo di acculturazione “nei confronti delle credenze popolari” avviato per “neutralizzarle”.
    La fede, dunque, come disposizione interiore dell’uomo verso ciò che lo trascende ha, per questo e solo in questa misura, una determinazione storica.
    Un altro studioso francese, Réginald Grégoire, distingueva, a proposito delle origini della ‘venerabilità’ del Monte Cassino, fra sacrum coenobium e sanctum corpus. Le reliquie di Benedetto e di Scolastica, che a loro volta hanno una evidente aderenza storica, trasferiscono la trascendenza della santità nella realtà di una comunità salda nel rigore di una Regola mirata all’ascesi verso la perfezione spirituale. Anche in questo caso lo storico distinguerebbe tra i gradus humilitatis previsti dal dettato della Regola e lo “stato” di perfezione spirituale, che sfugge all’analisi obiettiva, che è solo delle cose.
    Nel passaggio del Monte Cassino dalla “sacralità” di “montagna” dedicata ad Apollo, carica nella sua possanza, nei fenomeni atmosferici che si verificano, di simboli ierofanici, a coenobium sacrum e abbazia, si coglie la medesima imprescindibilità dei “diritti della ragione” invocati da Vauchez, perché parte dell’accaduto, e, come tale, dato storico assolutamente valutabile.
    Così ho conosciuto André Vauchez, raffinato studioso erede di quell’esprit de finesse che pone il pensiero al centro della dignità dell’uomo, garante della conoscenza delle forme in cui si esprime lo spirito, e signore dallo stile riservato e discreto, per il quale lo studio è divenuto la cifra della sua distinzione.

  15. La mia conoscenza personale con André Vauchez risale al Convegno viterbese dell’anno giubilare su san Pietro nelle fonti del Medioevo. Fu il primo di una serie di incontri che mi hanno dato modo di apprezzare lo spessore della sua figura di studioso e il tratto umano di grande cortesia e disponibilità che contraddistingue i suoi rapporti con le persone. E tuttavia, da anni, la sua era stata una presenza costante per me, potrei dire persino familiare, in virtù di quel legame invisibile, ma intenso, che i libri speciali hanno il potere di stabilire. Ve ne sono alcuni che non leggi soltanto, ma in cui finisci quasi per abitare: La santità nel Medioevo è uno di questi. Un testo di riferimento fondamentale per una intera generazione di studiosi, di quelli che come me si sono affacciati al mondo della ricerca agli inizi degli anni ’80: rigoroso e unitario per la compiutezza del suo impianto, quasi da manuale, e al tempo stesso disseminato di una quantità di segnali e di tracce che “muovevano” il lettore, stimolandolo in direzione di nuove e molteplici linee di ricerca.
    Quando, nel 1982, uscì La sainteté en Occident aux derniers siècles du Moyen Age, il nome del suo autore mi era già ben noto, perché intorno a quel libro si era creato un clima di aspettativa diffusa. Il mio professore, Raoul Manselli, parlava spesso a lezione di Vauchez come di uno dei giovani storici francesi più brillanti e diceva che la pubblicazione della sua grande thèse era destinata a modificare in profondità non solo la riflessione agiografica, ma anche il versante degli studi della religion populaire, allora al centro dei suoi interessi. Si apriva finalmente il campo a un tipo di fonte, i processi di canonizzazione, ancora sostanzialmente inesplorato, un territorio fecondo, dalle eccezionali potenzialità per la ricerca storica in questo settore. In realtà, nel libro di Vauchez proprio la categoria di “religione popolare” sarebbe stata drasticamente ridimensionata, strato profondo e residuale, ma ambiguo e sfuggente, difficile da trattare con gli strumenti dello storico. Così, nella dialettica tra religione dei chierici e credenze del popolo cristiano finiva per imporsi, piuttosto, la dimensione “locale”, come laboratorio che rendeva visibili i processi di reciproca inculturazione, spazio di mediazione e di sintesi delle spinte contrastanti della società cristiana degli ultimi secoli del Medioevo. A colpirmi, però, era soprattutto l’uso che Vauchez faceva dei processi, in una chiave ermeneutica che superava il diaframma ideologico tra la storia ecclesiastica e quella del cristianesimo. In questo modo si ampliava la prospettiva di una ricerca che sino ad allora aveva avuto il suo luogo strategico nei marginalismi spirituali e nell’antidogmatismo, nel grande filone degli studi sulle eresie. Questa apertura avrebbe del resto trovato un momento esemplare di verifica nelle indagini successive di Vauchez, da quelle sui laici nella società medioevale alla religion civique, alle dinamiche dei santuari. L’esigenza di una profonda storicizzazione del fatto cristiano non poteva escludere il ruolo giocato dai poteri nella costruzione dei modelli simbolici, ma con una attenzione forte anche agli elementi di resistenza e di irriducibilità del linguaggio religioso, quali si manifestavano nella parola profetica e carismatica. Si deve anche alle sue ricerche se questo cristianesimo “informale”, invece che una eccezione, si è imposto come uno dei paradigmi fondamentali di comprensione della cultura medioevale e delle sue crisi.
    Per una sorta di discrezione, non ho mai ringraziato André Vauchez per lo stimolo importante che il suo insegnamento ha dato al mio lavoro di ricerca e quindi mi fa molto piacere che questa iniziativa dell’AISSCA mi offra, adesso, l’opportunità di esprimergli tutta la mia ammirazione e la mia gratitudine.

  16. È con viva soddisfazione e sincero piacere che apprendo la notizia che al Prof. André Vauchez è stato conferito il prestigioso Premio Balzan. Nel complimentarmi con l’illustre studioso vorrei ricordargli il lungo periodo durante il quale egli è stato membro del Comitato Scientifico della Fondazione Centro Studi sulla Civiltà del Tardo Medioevo con sede a San Miniato (PI), di cui ho avuto l’onore di essere direttore dal 2002 al 2007. Il Prof. Vauchez ha dato un impulso importante, nella vita di questa istituzione, allo studio dell’agiografia e della vita religiosa, temi a lui notoriamente cari, contribuendo alla ricchezza della proposta scientifica di anno in anno elaborata del Centro stesso. Il Prof. Vauchez è stato maestro di tutti coloro che a vari livelli e con differenti interessi si occupano di storia delle istituzioni ecclesiastiche medievali e spero davvero che ricordi con piacere anche questo suo impegno italiano, anzi toscano, impegno che è stato davvero prezioso per l’orientamento culturale del gruppo di lavoro sanminiatese e, più in generale, per lo sviluppo degli studi sul tardo Medioevo dell’Italia comunale.
    Cari saluti e vivissime congratulazioni.

  17. A proposito di André Vauchez
    Fermandosi a riflettere da quanto tempo conosco André Vauchez, ho quasi l’impressione che sia stato da sempre, tanto la sua presenza personale e scientifica si è progressivamente imposta. A dire il vero, credo che la prima circostanza di un nostro incontro risalga a un convegno organizzato all’École française de Rome, che verteva ovviamente – per entrambi – sul Faire croire. In quel periodo André era direttore degli studi medievali e io avevo a Perugia l’insegnamento di Studi francescani.
    Da allora la nostra familiarità è cresciuta sempre più, anche sul piano personale, che ha coinvolto sua moglie Denise e mia moglie M. José, e si è piacevolmente mantenuta con ripetuti incontri sia a Roma sia a Parigi.
    Sono state troppo numerose le occasioni di collaborazione per poterle ricordare tutte: ne sortirebbe di certo una lunga lista di convegni e di iniziative, non legate in maniera esclusiva né al suo ruolo presso l’École française de Rome, nei lunghi e fecondi anni in cui è stato dapprima direttore della sezione medievale e più tardi direttore dell’istituzione, e nemmeno alle mie venticinquennali funzioni di vicepresidente della Società internazionale di studi francescani.
    Non so quanto possa avere giovato ad André la nostra conoscenza personale e la collaborazione scientifica. Dal canto mio riconosco di essergli debitore, con una grande ammirazione, per le numerose imprese collettive, tra ricerche e pubblicazioni, di cui egli è stato efficace promotore e apprezzato realizzatore: non parlo soltanto di quelle in cui sono stato personalmente coinvolto, ma di tutte le altre dei cui risultati personalmente, come tanti altri, mi avvalgo con profitto.
    Per arrivare a questi giorni, in fondo a lui debbo principalmente di essere stato coinvolto nella grande impresa del censimento dei santuari cristiani d’Italia e l’onere di occuparmi della pubblicazione a stampa dei loro risultati. In nome della nostra duratura amicizia non gliene voglio.

  18. A Modena nel gennaio 1985
    Per ANDRÉ VAUCHEZ in occasione del conferimento del Premio Balzan.
    Caro André,
    il mio ricordo riguarda come ti ho visto nel tuo ruolo di insegnante, a Modena, il 7 gennaio 1985. Stavi portando i tuoi studenti parigini a Roma e volesti fermarti a Modena, a visitare la mostra “Lanfranco e Wiligelmo. Il duomo di Modena”, che aveva come sottotitolo “Quando le cattedrali erano bianche”, richiamando il bianco manto delle cattedrali di Raul Glaber. Eravate partiti da Parigi nella tarda serata e l’intercity si fermava a Modena alle 6,45. Io venni a prendervi alla stazione in una mattina di tempo pessimo, con trenta centimetri di neve caduta nella notte e altra che scendeva. E il primo commento che tu facesti ai tuoi studenti fu che l’Italia non è sempre solare come pensavano, ma c’era anche la neve. Essi infatti (una ventina o forse più, tra ragazzi e ragazze) erano vestiti in modo leggero, e non si aspettavano tanto freddo. Camminammo lentamente per la città, fermandoci a far colazione, e, in attesa che la mostra aprisse, visitammo il duomo. Ti soffermasti a lungo nella cripta, dove era esposto il corpo di san Geminiano, e facesti notare agli studenti la pratica devozionale della gente comune, che passava intorno alla grande teca di vetro e la toccava facendo poi il segno della croce, ancora molto presente e viva (ed eravamo nel nord Italia!), non senza sorpresa da parte dei giovani parigini. Alle nove in punto ci accolse alla mostra (che si teneva sotto il Municipio, dietro la cattedrale, dove ora c’è un grande bar: come cambiano i tempi!) Maria Canova, che ne aveva tessuto la realizzazione pratica, mentre a livello scientifico era stata affidata a grandi studiosi: per l’arte a Enrico Castelnuovo, Adriano Peroni, Arturo Carlo Quintavalle, e per la storia a Vito Fumagalli. Vito, col quale avevo appena curato il volume di commento al fac-simile del codice Vaticano Latino 4922 con la Vita Mathildis di Donizone, mi aveva affidato la sezione “Cultura e religiosità”, ove erano esposti i più antichi codici di Modena e Nonantola. La parte storica apriva l’esposizione, e Fumagalli aveva fatto eseguire grandi mappe del territorio dominato da Matilde di Canossa, con l’indicazione dei castelli, delle pievi e delle curtes, e questa impostazione radicava la parte artistica in un preciso concreto contesto. Questo piacque molto ai tuoi studenti, che poi ebbero modo di soffermarsi sulle metope e sulle altre sculture esposte. E fu piacevole parlare con te, orgoglioso, come mi dicesti, che la casa editrice Il Mulino stesse curando l’edizione italiana della tua thèse (lo traduceva Alfonso Prandi, di Carpi, e sarebbe uscita nel 1989).
    All’uscita si pose il problema di trovare un luogo ove poter pranzare a basso prezzo. Conoscevo, per esservi andato qualche volta, il self-service a Palazzo Europa, e vi accompagnai là; ma all’arrivo ci dissero che ci voleva l’iscrizione a un sindacato italiano, e ci rimasi male (era una di quelle situazioni nelle quali si vorrebbe sprofondare: ci tenevo a fare bella figura, e non c’ero riuscito!) . Tu fosti molto comprensivo e riprendemmo allora la strada per la stazione ferroviaria, e risolveste con un panino. A questo punto vi lasciai.
    Caro André, ci saremmo visti poi più volte; ti ascoltai e ti lessi; tu mi coinvolgesti in più di un’occasione internazionale, e accettasti di partecipare al mio convegno su Il pubblico dei santi (Verona 1998); di ciò ti sono grato. Ho ammirato e anche discusso i tuoi lavori, in una prospettiva storiografica, la mia, da te un po’ lasciata in disparte: quella della gente comune tanto presente nei processi di canonizzazione; ma questo di Modena in quel freddo gennaio del 1985 è rimasto per me il ricordo più bello, per come ti ho visto in azione, impegnato a trasmettere cultura e interesse per la storia, in modo attivo, esperienziale, come anch’io facevo con i miei studenti delle medie, e come avrei fatto poi successivamente nei ruoli che la vita mi ha affidato. Tanti sono studiosi e bravi ricercatori, ma pochi credo in Italia sono i veri “maestri”, che non hanno paura di mischiarsi con i giovani, anche con notevole sacrificio personale, in esperienze attive, che però sono umanamente ricchissime e appaganti. Ma è da queste che ricevono poi la spinta per lavori nei quali questa umanità riemerge, e dà loro una patina che li avvicinerà anche al grande pubblico, come molti dei tuoi libri.
    Con ammirazione e affetto,
    Paolo

  19. Un ricordo
    Vorrei ricordare André Vauchez non soltanto per il suo spessore scientifico e per la sua profonda umanità, ma anche per un aspetto della sua lunga presenza romana molto poco noto. Personalmente sono nato in Sabina, vivo in Sabina etc., e mi ha fatto molto piacere avere per un certo periodo di tempo l’amico André come conterraneo durante l’arco cronologico nel quale fu Directeur de l’École française de Rome. Periodo questo di grande fulgore romano ed italiano, ma anche molto fecondo per gli studi e le iniziative sulla Sabina da parte di vari studiosi dell’École, magistralmente diretti da una persona il cui ricordo nel ruolo ricoperto è ancora vivo e per molti aspetti rimpianto, anche se il mutamento dei tempi ha modificato in negativo la realtà scientifica romana riducendo risorse finanziarie ed umane.
    Per tornare al tema centrale della mia testimonianza, André aveva preso in affitto una casetta immersa tra gli ulivi situata nelle campagne di Casperia, piccolo borgo arroccato con il suo passato medievale che ne costituisce ancora il presente e ne costituirà il futuro. Casperia tra l’altro è stata nel 1981 teatro della prima campagna di scavi condotta dall’École française nel sito del castello abbandonato di Caprignano, sull’onda del tema lanciato da Pierre Toubert con il suo classico saggio sull’incastellamento nel Lazio e nella Sabina. Una casetta, una sorta di buen retiro, nella quale trascorreva i pochi weekend liberi da impegni in compagnia della simpatica moglie, non disdegnando di ricevere colleghi ed amici. Questo ricordo vivido scolpito nella memoria, né mai sopito né offuscato dal trascorrere più che decennale del tempo, vorrei trasmettere ad André in segno di una sincera stima e di una affettuosa amicizia.

  20. Ho conosciuto André Vauchez nei secondi anni ’70 del secolo scorso! Esattamente nell’ottobre del 1976, quando egli trasse le conclusioni del convegno su I frati penitenti di san Francesco nella società del Due eTrecento; ero stata tra i relatori ed ero fiera del mio “prodotto”: entusiasmo della gioventù che si riversava sul fervore per l’indagine attraverso le fonti d’archivio! A questo primo incontro ne seguì un altro di grande importanza per la ricerca storica di quegli anni: fu la Tavola Rotonda su Les Ordres Mendiants et la ville en Italie centrale (1220-1350). Mi piace ricordare che i partecipanti a quell’incontro sono tutti – a parte me e pochi altri – divenuti dei veri grandi punti di riferimento nell’ambito della medievistica italiana: Luigi Pellegrini, Mariano D’Alatri, Anna Benvenuti, Giulia Barone, Attilio Bartoli Langeli, Mauro Ronzani, Carlo Delcorno, Franco Dal Pino. Per quanto mi riguarda mi sono immersa con una certa perseveranza nello studio sulla presenza dei laici e dei laici-religiosi nella società medievale e senza dubbio il volume di Vauchez I laici nel medioevo fu tra quelli che m’incoraggiarono su questa strada.

  21. DIECI ANNI (E QUALCHE MESE) DOPO
    Se ne parlava da qualche tempo, ma quando la notizia divenne ufficiale molti colleghi ed amici furono stupiti: dopo quasi un ventennio di presenza effettiva in Italia e trentotto dal primo soggiorno di studio a Roma, come membro dell’École française de Rome, André Vauchez, nel luglio 2003, avrebbe lasciato la direzione dell’École per fare ritorno in Francia.
    L’Italia pullula di studiosi di altri paesi che vengono per studiare la sua storia, la sua arte, la sua cultura. Li si incontra in archivio, curvi su pergamene e registri; in biblioteca, intenti a trascrivere codici e a consultare incunaboli e cinquecentine; ma anche nei bar e nelle osterie dei dintorni dove, tra una pausa e l’altra dello studio, si ristorano, discutono del loro lavoro, stringono amicizie con i colleghi italiani, spesso destinate a durare una vita. Di loro si leggeranno poi i libri, spesso notevolissimi, alcuni saranno chiamati a dirigere importanti istituti storici del loro paese in Italia e saranno assorbiti in attività di ufficio, di coordinamento delle attività di formazione e ricerca dei loro connazionali, di mantenimento delle relazioni con istituzioni politiche e culturali italiane.
    Vauchez è stato tutto questo e molto di più. Certo, con l’Italia e con gli storici italiani ha avuto una rara consuetudine di rapporti, i suoi libri – a partire da quello sulla santità nel medioevo – fanno testo ed hanno influenzato molto la storiografia. Pochi, anche tra gli studiosi italiani, hanno però promosso, guidato, incoraggiato la ricerca medievistica in Italia come ha fatto lui. La sua capacità di suscitare energie di coinvolgere e valorizzare i giovani non ha eguali. I medievisti italiani gli devono moltissimo. «Alcuni – è stato giustamente osservato – si affacciarono al confronto storiografico, giovani alle prime armi, durante la sua direzione della sezione medievale dell’École e grazie ad essa: i colloques e le pubblicazioni da lui promosse furono per quella generazione una scuola di apertura, dialogo, crescita intellettuale». Vauchez è stato un vero punto di riferimento per la medievistica italiana
    È per questo che nel 2003 i medievisti di Padova vollero dirgli grazie. Scelsero una via accademica tradizionale (l’offerta di un volume), che andava però ben oltre l’accademia, se non altro perché quel volume toccava gli interessi scientifici più vivi e profondi dello storico francese. Era un “suo” libro, voluto e preparato da chi, senza esserne allievo diretto, aveva assorbito la sua lezione.
    Molti anni prima ero stato invitato da Vauchez a partecipare alla tavola rotonda su Faire croire, da lui organizzata all’École assieme a Giorgio Cracco. Parlai del beato Antonio il Pellegrino, giovane laico morto a Padova il 30 gennaio 1267, e della nascita del suo culto incoraggiato e guidato dal comune di Padova a fine Duecento.
    Ero molto influenzato allora dalla lettura del saggio di Vauchez sul beato Facio da Cremona.
    Se ne ricordò Attilio Bartoli Langeli, che allora insegnava Paleografia latina nell’Ateneo patavino e propose l’edizione del dossier dei miracoli del beato, registrati in presa diretta da alcuni notai tra il 2 febbraio 1267, tre giorni dopo la morte, e il 17 aprile 1270, e poi esposti anche in forma narrativa nelle due Vitae del beato. Una fonte in sé straordinaria, ma anche un insieme di documenti rispondente come pochi a quel filone di ricerca sulla santità laica e sulla religione civica che Vauchez ha il merito di aver lanciato in Europa.
    Fummo subito d’accordo e lavorammo sodo, impegnando Marco Dorin, un giovane paleografo allievo di Bartoli Langeli, attingendo alle impareggiabili conoscenze di archivi e biblioteche padovane di Donato Gallo, segnalando assieme alle scritture relative alla vita e ai miracoli del beato Pellegrino anche le fonti iconografiche, attingendo ai fondi di ricerca del MIUR, messi a disposizione dal Dipartimento di Storia dell’Università di Padova. Fu un lavoro fervido ed entusiasmante, coordinato da Attilio Bartoli Langeli, in cui i medievisti di Padova si riconobbero, sicuri di interpretare più in generale i sentimenti di stima e di riconoscenza che la medievistica italiana nutre per André Vauchez.
    Confesso di essere molto orgoglioso di quel che riuscimmo allora a realizzare e sono davvero lieto che l’iniziativa di Sofia Boesch e dell’AISSCA offra ancora una volta l’occasione, a distanza di più di un decennio, di manifestare ad André gli stessi sentimenti e la stessa profonda amicizia.

  22. Tra santità e profezia: momenti di un dibattito storiografico
    Tra la vastissima produzione di André Vauchez vorrei sottolineare l’apporto determinante che negli anni Ottanta e Novanta del secolo scorso lo studioso francese ha dato al tema della profezia e dei testi profetici circolanti in Europa tra basso medioevo e prima età moderna. Con innovative ricerche personali, organizzazione di convegni, opere collettive, Vauchez ha indicato una via originale sia nella interpretazione di casi e testi noti, sia nella legittimazione e scoperta del profetismo femminile, per lo più ignorato nel dossier profetico degli studiosi di professione.

  23. Per me, come per molti altri più o meno della mia generazione, la figura di André Vauchez si presenta, sullo sfondo delle belle sale dell’École française di Roma, in Piazza Navona, come accogliente ed energico regista della Table Ronde su “Les Ordres mendiants et la ville en Italie Centrale”. Era l’aprile del 1977, non conoscevo Vauchez e ignoravo cos’era una “tavola rotonda”; ero esitante, accettai l’invito – si trattava di un breve intervento su Predicazione volgare e volgarizzamenti- perché un amico, uno storico dell’economia medievale, minacciò di togliermi il saluto se avessi rinunciato a partecipare a questo incontro. Ricordo la piacevole sorpresa di trovarmi “a tavola”, lungo un grande tavolo (rettangolare), dove ognuno dei sapienti o aspiranti sapienti aveva a disposizione un microfono, e poteva intervenire liberamente, pur rispettando un preciso ordine, sorvegliato con sorridente fermezza dal padrone di casa. Era un’esperienza nuova, che mi intimoriva e mi entusiasmava: e doveva essere, questo, uno stato d’animo generale, perché gli interventi furono così numerosi e per così dire irreffrenabili, che Vauchez abbreviò o addirittura rinunciò a pronunciare il suo contributo: cosa che mi colpì e mi fece molto riflettere. Così come mi sorprese di sentirlo pronunciare lodi sincere per la vitalità, sia pure un po’ dispersa e policentrica, della storiografia italiana. Attorno a quel tavolo conobbi alcuni dei maestri e compagni di studi più cari, italiani e francesi, stretti in un’alleanza concreta e nello stesso tempo ideale, libera da ogni tipo di pastoia accademica: fu un’esperienza fondante, che mi confortò a proseguire, finché le gambe mi reggessero, nella via delle indagini sulla letteratura religiosa, cercandone il radicamento storico, senza preoccuparmi di troppo selettivi e miopi criteri estetici.
    André Vauchez è stato per me un maestro e un amico, il tramite di tante altre amicizie che nacquero nei convegni degli anni seguenti all’École française, a cominciare dalla Tavola Rotonda su “Faire croire”, che fu come il secondo, più potente impulso al rinnovamento degli studi sugli Ordini mendicanti. Vennero poi altre occasioni di incontro a Parigi, per la discussione di alcune tesi di dottorato. Ricordo in particolare la discussione della tesi di Nicole Bériou: era il 1 giugno del 1996, nel solennissimo e gremito anfiteatro della Sorbona si era addensata una tensione forse eccessiva, carica di emozione e di commozione; Vauchez la risolse in festa e letizia pronunciando in latino uno scherzoso exemplum, un profilo della candidata sotto la veste medievale di puella quaedam de Britannia oriunda. Sarebbe lungo e certamente stucchevole ricordare i convegni, i seminari nei quali ebbi la fortuna di ascoltare Vauchez, soprattutto negli annuali incontri della Società Internazionale di studi francesani in Assisi. Spesso ho ammirato la lucidità delle sue conclusioni di convegni ampi e complessi (da ultimo a Camaldoli, nel giugno del 2012, in occasione dei mille anni dell’ordine Camaldolese).
    L’importanza delle ricerche di André Vauchez sull’agiografia medievale (e non solo) si è imposta a tutti, la sua fama e l’influsso del suo insegnamento sono cresciuti di anno in anno, come ora conferma il conferimento del Premio Balzan; il numero dei suoi discepoli (diventati spesso a loro volta maestri) e degli amici si allarga in Europa e negli Stati Uniti; uguale è rimasta la sua aperta e severa amicizia, sempre pronta a incoraggiare e a orientare i giovani nei loro propositi entusiasti, a rianimare chi è tentato di cedere alla stanchezza.

  24. Il mio incontro con il professore André Vauchez è legato a un evento che, non è esagerato affermare, ha cambiato la mia vita.
    Era l’inizio del 1983.
    Durante l’anno precedente, essendo i due bambini ormai alle elementari e avendo dovuto rinunciare all’insegnamento nella scuola a causa di superati limiti di età, avevo deciso di iscrivermi all’università e di iniziare la preparazione degli esami con la storia del medio evo.
    Una mattina del mese di gennaio 1983 ho bussato alla porta dell’aula che si trovava in fondo al corridoio nella sede del Dipartimento di Storia di Via Torino e ho incontrato Sofia Boesch, che in quell’anno aveva scelto come tema centrale del suo corso la Vita di Caterina da Siena di Raimondo da Capua.
    Dopo qualche tempo, per incoraggiare la mia timida partecipazione alle lezioni e mettere a frutto la vecchia conoscenza del francese, Sofia mi ha assegnato il compito di riassumere per la classe un importante volume che era stato pubblicato due anni prima in Francia e non ancora tradotto in italiano, “La Sainteté en Occident aux derniers siècles du Moyen Age”. E così, grazie all’incontro con Sofia e al suo incoraggiamento, ho avuto modo di trascorrere molte ore con il testo francese di André Vauchez, che avrei avuto il piacere di conoscere personalmente qualche anno dopo.
    Il campo di studi a cui avevo iniziato ad avvicinarmi grazie alle lezioni di Sofia si è ulteriormente dilatato, rivelandosi sempre più ricco di fascino, di seduzioni, di interrogativi e di risposte a tante domande, forse fino ad allora non lucidamente percepite, ma certo latenti e pressanti.
    Da allora non mi sono più allontanata dagli studi storici e dal mondo della storia del culto dei santi e della religiosità, una presenza amica e costante di conforto e stimolo che accompagna la mia vita.
    Di questo devo ringraziare Sofia Boesch e André Vauchez ai quali va il mio affetto e la mia gratitudine.

  25. Il mio primo incontro con André Vauchez risale alla fine del 1992. Frequentavo all’Università La Sapienza di Roma il seminario di Storia Medievale tenuto da Edith Pásztor (ogni sabato dalle 9.00 alle 10.00), che prevedeva a turno, per gli studenti di seconda annualità, l’illustrazione di un libro a loro scelta. Senza esitare proposi La santità nel Medioevo, nell’edizione italiana da poco apparsa per i tipi del Mulino (1989). Probabilmente la scelta del Vauchez era dettata dal bisogno di inserire in un quadro più ampio di storia della cultura e della mentalità l’interesse che la Pásztor aveva suscitato in me, nei suoi corsi accademici, su singole figure come Francesco d’Assisi o Celestino V o Caterina da Siena. Devo dire che dietro quel titolo, tanto asciutto quanto impegnativo, trovai esattamente quello che cercavo. Di quella assidua lettura, testimoniata dalle tante sottolineature sul volume, conservo ancora i riassunti: 21 facciate di un quadernone a quadretti, riempite in una scrittura minutissima. Su questa base presentai la mia relazione ai colleghi del seminario, finendo con l’occupare tre lezioni al posto dell’unica inizialmente prevista.
    Si trattò, dunque, di un incontro solo virtuale, a cui in seguito, oltre ad innumerevoli consultazioni del volume, non mancarono di aggiungersi anche incontri in carne e ossa. Fu però quello il momento decisivo, che contribuì in modo determinante a orientare i miei studi successivi. Il libro di Vauchez, infatti, tanto ricco quanto sistematico, costituiva un modello di rigore metodologico nell’analisi di una massa impressionante di dati e mi forniva la tela di fondo in cui inserire le mie prime “scoperte”. Soprattutto mi mostrava che la santità non era un oggetto di studio peregrino, ma un ideale punto d’osservazione per esplorare i testi e la storia. Anche se poi il mio approccio si è via via precisato, sulla scorta di stimoli e prospettive storiografiche diverse, il motivo per cui ancora oggi mi occupo di agiografia è che quella convinzione non è mai venuta meno.

  26. La mia conoscenza con André Vauchez risale alla fine degli anni Ottanta, ma si è notevolmente intensificata a partire dal 1997 fino a diventare amicizia profonda non solo con me, ma con tutti i colleghi cristianisti del Dipartimento di studi classici e cristiani dell’Università di Bari, che guardano a Lui come a un vero Maestro, dal quale attingono stimoli e orientamenti per le loro ricerche.
    La sua proposta sul censimento dei santuari cristiani d’Italia, che risale praticamente a quell’anno, ci ha trovato subito entusiasti e assidui frequentatori dei tanti seminari e convegni organizzati nella sede della Scuola Francese di Roma e in tanti altri centri, tra cui Monte Sant’Angelo e Bari. La sua presenza a Bari si è fatta sempre più frequente, soprattutto dopo che ebbe lasciato la direzione della Scuola francese. Con lui, con Catherine Vincent, con alcuni colleghi normanni (Veronique Gazeau, Pierre Bouet, Francois Néveux, Vincent Juhel) e italiani (Sofia Boesch Gajano, Roberto Rusconi, Giancarlo Andenna), abbiamo dato inizio a una nuova collaborazione organizzando una serie di convegni sui santuari di San Michele sul Gargano e in Normandia (Mont-Saint-Michel). Poi, nel 2009, la nostra attenzione si è incentrata sui rapporti che legano la Francia, e in prima istanza la Lorena, alla Puglia per via del culto di San Nicola: così, nel dicembre 2010 (2-4) abbiamo celebrato un convegno a Bari (Alle origini dell’Europa: il culto di San Nicola tra Oriente e Occidente), di cui, come dei precedenti convegni, sono stati pubblicati gli atti. E nello scorso dicembre (5-7), sotto la direzione di Catherine Guyon, Catherine Vincent e Veronique Gazeau, si è svolto un altro interessante convegno nicolaiano, che ha fatto da pendant a quello barese (De l’Orient à l’Occident: le culte de saint Nicolas en Europe. X-XXIe l’organizzazione di questi incontri determinante è stato il contributo di André, in costante collegamento telefonico con Bari, dove più volte ha svolto seminari, che hanno interessato molti studenti della Facoltà di Lettere che hanno potuto lucrare anche crediti formativi. Ha ricevuto a Parigi diversi ricercatori del Dipartimento, dando sempre loro utili consigli. Egli non ci ha fatto mancare il suo aiuto neppure in occasione della realizzazione del progetto siècles), del quale si aspettano gli atti. Per l’ideazione e CUSTOS, finanziato dalla Regione Puglia e incentrato sui tre grandi santuari micaelici di Monte Sant’Angelo, Mont-Saint-Michel e la Sacra in val di Susa, alle porte di Torino.
    Ha puntualmente partecipato ai Convegni organizzati dall’AIRS (Associazione Internazionale per le Ricerche sui Santuari), che ha contribuito a fondare insieme ad altri colleghi. La sua grande esperienza e competenza gli hanno assicurato il ruolo di “epitomatore” dei Convegni finora svolti. Oltre ai tanti premi, anche molto prestigiosi che gli sono stati attribuiti, qui mi preme segnalare che il 5 ottobre 2013, gli è stato conferito il Premio Carlo Levi dalla Regione Basilicata dal Comune di Aliano (Matera), il piccolo centro dove il grande scrittore piemontese, medico, pittore e antifascista, fu esiliato dal regime tra il 1935 e il 1936. Successivamente, tra il 1943 e il 1944, Levi raccontò l’esperienza del confino in Lucania nel romanzo autobiografico Cristo si è fermato a Eboli, che ha colto con felice intuito alcuni caratteri di fondo della questione meridionale, riscuotendo, col trascorrere degli anni, un enorme successo.
    Ad André va il merito di aver fatto rivivere una giornata vera di cultura e di storia italiana,
    legata agli anni tristi del fascismo: nel suo lucido intervento, infatti, il grande studioso francese ha dimostrato di conoscere approfonditamente la nostra storia nazionale e di aver letto con passione e partecipazione il libro di Levi, che presenta un quadro crudo e realistico della Lucania contadina dell’epoca o almeno di alcuni suoi piccoli centri dell’interno. Nel Cristo si è fermato ad Eboli, che nel 1979 ha ispirato l’omonimo film di Francesco Rosi, sopravvivono ancora aspetti magici e superstiziosi in un contesto umano di assoluta povertà, succube di personaggi misteriosi come i briganti e di una borghesia avida e parassita, che lascia poche speranze ai cafoni di Aliano.
    Questa situazione particolare, calata in un contesto territoriale da favola costituito dai cosiddetti “calanchi”, ricchi di grotte e rifugi per i contadini, ha dato all’ex Direttore della Scuola Francese di Roma la possibilità di fare interessanti osservazioni sul piano storico e socioantropologico.
    In occasione del conferimento del premio, ad André, che era accompagnato dalla gentile consorte Denise e da tutto il gruppo di cristianisti dell’Università di Bari, sono stati tributati molti onori da tutta la cittadinanza e dalle Autorità.
    Il seguito sarebbe da raccontare.
    Bari 23 marzo 2014

  27. Uno storico, un amico
    Questo breve testo vuole essere testimonianza di stima e affetto allo storico e all’amico, così profondamente legato all’Italia e alla comunità scientifica italiana.
    Nel 2003 l’Université de Paris X – Nanterre aveva promosso l’Hommage International à André Vauchez, a cui rinvio per un più approfondito profilo scientifico dello studioso in relazione allo sviluppo della ricerca storico-religiosa e alla costruzione di una fruttuosa rete di rapporti fra storiografie “nazionali”, compresa l’Italia. Qui ricordo allora solo alcuni momenti della presenza dello studioso in Italia e le tracce indelebili della sua attività di ricerca e di promozione della ricerca.
    Gli incarichi istituzionali ricoperti da André Vauchez come Directeur des Etudes Médiévales (1972-1979) prima e Directeur de l’Ecole Française de Rome poi (1995-2003) hanno testimoniato la sua autorevolezza scientifica e la sua capacità propositiva e organizzativa della ricerca, e insieme hanno mostrato i tratti propri della sua personalità, la gentilezza e la disponibilità, espressione del suo reale interesse per le persone, di cui ho anche personalmente beneficiato fin da quando ero giovane (almeno accademicamente). Ma tanti giovani e meno giovani studiosi hanno sperimentato il suo interesse scientifico, come pure la sua disponibilità e la sua partecipazione ai problemi concreti di ognuno. I soggiorni a Roma e in Italia erano stati fondamentali per la raccolta del materiale relativo alla sua thèse sulla santità canonizzata, divenuta ormai un classico della storiografia, l’opera a cui è certamente affidata la fama internazionale dello storico, che ha avuto un’eco particolare nella comunità scientifica italiana. Ma non si è trattato solo della thèse: tutta una serie di ricerche sulla vita religiosa fra XII e XIV secolo, prevalentemente centrate sull’Italia, mostrano un costante ampliamento degli interessi, delle fonti, dei metodi, delle interpretazioni.
    Su questo terreno si è sviluppato il confronto con la storiografia italiana: si tratta in realtà di un processo che ho altrove definito “a combustione lenta”, perfino nel campo nel campo degli studi agiografici. Nel 1980 Vauchez veniva invitato a scrivere per «Studi Medievali» una rassegna dal titolo Les nouvelles orientations de l’historiographie religieuse en France. Si tratta di un panorama impegnato, volto a sottolineare i mutamenti profondi intercorsi in Francia nella concezione della storia religiosa, fino al passaggio decisivo dalla storia della Chiesa alla storia religiosa, con l’apporto determinante dell’antropologia – van Gennep, Durkheim e Hertz -, della sociologia – Gabriel Le Bras – e il contributo di storici come Louis Duchesne, fino al rinnovamento teologico rappresentato da personalità come Chenu, Congar, De Lubac, con la proposta di una nuova ecclesiologia in cui trovano spazio i laici, protagonisti della storiografia di Delaruelle. Questa rassegna, storiograficamente “militante”, può aiutarci a cogliere alcune difficoltà nell’incontro con la storiografia italiana, ancora molto segnata dalle contrapposizioni ideologiche: una cultura laica maggioritariamente legata al marxismo, seppure non ortodosso, interessata ai fenomeni politico-istituzionali e sociali, ma diffidente nei confronti dell’antropologia rappresentata in Italia da Ernesto De Martino; una cultura cattolica, prevalentemente tradizionalista, centrata cioè sulla storia della Chiesa e delle istituzioni ecclesiastiche piuttosto che sulla “religione vissuta”, la novità rappresentata appunto dalla svolta ecclesiologica e storiografica francese. Una conferma la possiamo trovare in quanto scrive Bolgiani nel 1996 («Rivista di Storia e Letteratura religiosa», 1996), che, nel ricordare la figura di Charles Pietri, rende omaggio a un’intera generazione di studiosi francesi «a cui devono molto non solo i cultori italiani di studi sul tardo antico, ma anche gli intellettuali italiani sensibili alle problematiche poste dal rapporto ricerca scientifica-riflessione di fede», fra i quali ricorda Marrou, Congar, Mandouze, Mayeur, Vauchez. «Propria di questi studiosi è stata la dedizione alla ricerca, in vari campi di studio, coniugando un netto senso di laicità con un forte spirito di fede, in uno sforzo di comprensione e di dialogo, non sempre facile, talora anzi contrastato e sofferto, sospettato tanto da parte laica quanto da parte di larghi ambienti ecclesiastici. Impegno e dialogo capaci di segnare una propria linea culturale originale: dal loro apporto anche la cultura strettamente laica ha finito largamente per beneficiare». E proprio a proposito di Vauchez ricordava quella sorta di manifesto storiografico, pubblicato su una rivista «Les Quatre Fleuves» del 1980 e riproposto nel 1981 nel volume Faire croire da lui curato: un’interpretazione del medioevo, che segue il filo rosso dell’emergere del laicato come elemento nuovo e rivoluzionario nella storia del cristianesimo medioevale.
    Il confronto degli storici italiani con l’opera di Vauchez non si manifestò all’improvviso intorno alle grandi questioni ideologiche e storiografiche, ma si sviluppò gradualmente nel concreto della ricerca. E fu merito di Vauchez di averlo costantemente “provocato”. Primo strumento di questa strategia fu il circolo medievistico, la cui importanza è ben testimoniata dal seminario dedicato al rapporto fra Ordini mendicanti e città, nel quale furono raccolte tante ricerche locali, collocate all’interno di nuove ipotesi interpretative: si era aperta una nuova stagione di studi, come ha rilevato Cécile Caby (Mélanges de l’École Française de Rome, Moyen Âge 1999, pp.151 ss.). La proposta conteneva anche un altro elemento di grande interesse, i cui sviluppi si sarebbero colti nel futuro: la funzione del culto dei santi. «L’impact qu’ont eu ces dévotions sur le plan de la cité, tel que nous pouvons le mesurer à travers des textes émanant des autorités civiles», come nei casi di Pietro Pettinaio, Ambrogio Sansedoni, Agostino Novello, Gioacchino Piccolomini, santi non canonizzati, e per questo essenziali per capire «l’importance qu’a eue, en Italie Centrale, ce qu’on pourrait appeler la religion civique, qui est non pas une religion laïque, mais la forme prise par le christianisme dans le cadre politique et social du monde communal, en grande partie sous l’influence des Ordres Mendiants ». Una precoce intuizione destinata a futuri sviluppi, rappresentati nel 1993 dal convegno di Nanterre su La religion civique.
    Molti altri sono gli esempi della capacità di André Vauchez di interagire con la storiografia italiana. Nella premessa al Processo di canonizzazione di Niccolò da Tolentino del 1984, egli inseriva l’edizione «in questo movimento che tende a tirar fuori dall’oscurità e a mettere a disposizione degli storici un tipo di fonti la cui importanza da troppo tempo è stata misconosciuta». Nella presentazione al volume di Anna Benvenuti (In castro poenitentiae del 1991) sottolineava la sintonia nell’attenzione rivolta alla religiosità laica e femminile. Nella Storia dell’Italia religiosa, riserva a sé i movimenti eterodossi, confrontandosi con le interpretazioni di Giovanni Grado Merlo e di Giovanni Miccoli. Infine ricordo il contributo dato al superamento dell’hortus conclusus degli studi francescani, come conferma la sua monografia più recente. Lo storico ha ancora dialogato efficacemente con la comunità scientifica italiana coordinando opere collettive, come la Storia dell’Italia religiosa e la Storia di Roma.
    La testimonianza più rilevante di quanto ho appena detto è costituita dal censimento dei santuari cristiani d’Italia, nato all’interno del progetto generale lanciato al momento del suo insediamento come Directeur de l’Ecole Française de Rome sul tema L’homme, l’espace et le sacré dans le monde méditérranéen: una ricerca collettiva nella quale egli ha saputo coinvolgere studiosi di molte università dislocate in tutto il territorio italiano, creando una rete di gruppi di ricerca, “costretti”, come forse non si era mai visto in Italia, a lavorare insieme e prima ancora a riflettere sulle premesse metodologiche e sugli strumenti del loro lavoro. La validità della proposta culturale si è saldata con il suo prestigio personale mettendolo così in grado di proporre temi e problemi da confrontare con ricerche e tradizioni storiografiche diverse, come provano i tanti convegni e seminari nati all’interno dell’impresa collettiva. Questa ricerca rimane un modello di capacità organizzative, di disponibilità, di generosità nei confronti dell’Italia e dei suoi storici. Essa ha sicuramente creato le basi per un’esportazione del progetto in altri paesi europei, primo fra tutti la Francia.
    André Vauchez ha profuso nel nostro paese scienza e amicizia. Lo dobbiamo ringraziare per questo. Ma credo che ancora più lo dobbiamo tutti ringraziare per l’intensità e l’affetto con cui ha saputo fare propri i problemi tutti dell’Italia come di una seconda nazione. Un esempio che fa ben sperare per i rapporti fra cittadini dell’Europa Unita.

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